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La visione dell’Europa di un eurodeputato di Italia Nord-Est
Intervista all’onorevole Antonio Cancian, deputato del Partito popolare europeo a Strasburgo
La visione dell’Europa di un eurodeputato di Italia Nord-Est
Conosciamo un politico di un’istituzione che entra quotidianamente nella nostra vita
Radici cristiane dell’Europa e “salvaguardia del creato” sono due temi che animano da diverso tempo l’agenda politica dell’Unione Europea. Su questi e altri temi abbiamo interpellato uno dei protagonisti delle politiche dell’Unione, l’on. Antonio Cancian, deputato al Parlamento Europeo per Italia Nord-Est, rivolgendogli alcune domande. L’On. Cancian, amministratore, professionista, imprenditore, ha 59 anni, è sposato con due figli e vive a Conegliano (Tv). Impegnato in politica dal 1973 è stato eletto nell’ultima legislatura al Parlamento Europeo nelle file del PdL ed è membro del Gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano). Componente della “Commissione per il Trasporto e il Turismo” e della “Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia”, ha di recente affrontato il tema delle radici cristiane dell’Europa in un convegno svoltosi a Zelarino (Ve).
Lei è deputato al Parlamento Europeo da più di un anno. Come valuta questa sua presenza? Quali sono i suoi maggiori impegni nel Parlamento?
Essere eletto al parlamento europeo nel 2009 nel gruppo del Ppe è stato per me un ritorno in prima linea, dopo gli anni di militanza nella Dc che mi avevano portato anche al parlamento italiano nel 1992. Lavorare in Europa e confrontarsi nelle istituzioni europee significa rendersi conto della complessità di una Unione a 27 Stati, con culture, economie, storie diverse, anche se tutti attraversati dalle mode del nostro tempo: consumismo, individualismo, secolarizzazione. Come cattolico sento forte l’esigenza di difendere e promuovere le radici cristiane dell’Europa per contrastare questa separazione tra fede e vita che porta a politiche contro la persona. Ma è una
fatica perché la deriva culturale è pesante. Lavoro in parlamento, nelle commissioni, nelle delegazioni, nel Ppe con una presenza continua a ogni livello, cercando con la delegazione italiana del Ppe di caratterizzare una testimonianza e di tutelare anche gli interessi italiani in Europa.
Ventisette paesi e ventitre lingue. C’è un movimento nell’ambito delle politiche dell’Unione volto a trasformare la confederazione di stati attuale in un paese unito? Ritiene possibile o necessario tale percorso?
L’idea dei padri fondatori (Adenauer, Schuman, De Gasperi) era quella dell’Europa dei popoli, prima ancora di quella degli Stati. È chiaro che la forza dell’Ue, aumentata dopo la caduta del comunismo, è anche la fragilità dell’Ue oggi. Però alcune scelte forti (moneta unica, accordi di Schengen, trattato di Maastricht…) ne caratterizzano il cammino. Il trattato di Lisbona ne alimenta la coesione anche se non siamo alla costituzione unica. I cambiamenti della geopolitica mondiale impongono all’Unione Europea strategie unitarie in termini socioculturali, economici, di sviluppo sostenibile, di giustizia.
Ventisette paesi e ventitre lingue. L’Unione Europea sta compiendo un grosso sforzo per l’allargamento dei suoi confini. È questo l’unico fronte politico in cui è attualmente impegnata?
No. I fronti sono tanti, basti pensare ai sistemi infrastrutturali, alla difesa della stabilità economica (dove saremmo se non ci
fosse l’euro?), ai piani di investimenti dei fondi strutturali e del fondo sociale europeo, alla mobilità dei cittadini e delle imprese, al contributo agli interventi internazionali sul fronte della pace…
In Italia il 75% della legislazione promulgata è rappresentato dal recepimento delle direttive europee. Come interpreta questo dato? Come un progressivo appiattimento nella delega dei propri poteri o come espressione di una sana unità d’intenti?
La costruzione dell’Europa dei popoli, comporta un progressivo affinarsi di politiche nazionali negli ambiti delegati all’Ue.
Il fatto che la percentuale italiana sia così elevata è anche connesso alla limitata produttività italiana sui fronti non delegati.
Questo paese attende da trent’anni riforme strutturali significative.
La necessità di una Costituzione europea che sia di fondamento e guida nel cammino verso l’unità è generalmente riconosciuta. Qual è l’attuale stato delle cose in tale ambito?
La costituzione proposta è stata fatta naufragare dai referendum di alcuni Stati. Non ne eravamo entusiasti anche per la mancanza ai riferimenti delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Oggi il trattato di Lisbona rimette in moto i processi,
ma la crisi economica, i trend demografici, le tensioni internazionali, rallentano tutto questo.
Le radici cristiane dell’Europa. Questo, negli ultimi tempi, si è presentato come un argomento molto problematico...
Le chiese in Europa vivono il dramma della separazione tra fede e vita. Lo aveva già denunciato Giovanni XXIII nella “Mater et Magistra”. Il laicismo e l’individualismo, che attraversano le culture europee e gli stessi parlamentari, portano verso derive relativistiche in tutti i campi. Eppure vi è la consapevolezza che il problema dell’identità europea non può che essere declinato dentro le radici cristiane. Ed il confronto con gli immigrati, il governo dell’invecchiamento con le sue paure, i conflitti finanziari ed economici, il primato della persona, hanno un altro sapore se gli ancoraggi sono forti.
Ritiene sufficiente l’impegno dell’Unione Europea nella tutela dell’ambiente, o — come la definiamo noi cristiani — nella salvaguardia del creato?
Non ancora. C’è stato un grosso lavoro nelle commissioni e nelle direzioni strategiche. Sono stati realizzati fondi specifici
per intervenire sulle energie rinnovabili, sullo sviluppo ecocompatibile, su economie sostenibili, ma occorre recuperare il tempo perso ed i danni arrecati al sistema terra. La fatica è molto ben rappresentata dalla complessità — ad esempio — a
tradurre il protocollo di Kyoto nella operatività quotidiana. E poi, occorre combattere la sindrome di Nimby: dobbiamo gestire la filiera dei nostri rifiuti, non averne paura.
(a cura di Tommaso Bianchi)






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