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La Grecia avverte l'Italia. Le riforme strutturali non sono rinviabili

In questi giorni le nazioni più forti dell’Unione Europea stanno correndo in soccorso della Grecia la cui tragica economia sta rischiando di travolgere gli equilibri dell’Unione.
Una spesa fuori controllo ha portato il paese ellenico al collasso istituzionale e sociale, al rischio pesante di rivolte di piazza, alla faticosa e dolorosa stagione di lacrime e sangue sul fronte dei servizi, degli investimenti sociali, delle strategie di sviluppo.
I titoli di stato della Grecia sono stati declassati da Moody’s al livello di ‘junk’, spazzatura. Ecco allora l’intervento pesante dei paesi dell’Unione perché il fallimento della Grecia sarebbe anche il fallimento dell’Unione Europea. Ovvero di quelle istituzioni – deboli – uscite dal pasticcio dell’allargamento ad Est e della conseguente paralisi decisionale.
La crisi greca si riflette anche sul sistema dei risparmi ed investimenti degli italiani. Attraverso le banche, vi erano in Grecia al 30 dicembre scorso, investimenti per 5,2 miliardi di euro, chiaramente a rischio.
L’Unione sta anche monitorando le situazioni dei cosiddetti paesi PIGS (Portogallo, Spagna, Irlanda) le cui economie danno segnali inquietanti.
Mentre i dibattiti televisivi continuano a dirci che l’Italia ha i fondamentali a posto, che la nostra economia è solida, che il paese ha fiducia sui titoli di stato – vedi anche l’ultima recente asta del tesoro dove la domanda è stata quasi doppia dell’offerta – la lezione che ci viene dalla Grecia non va ignorata.
La crisi greca ha assunto caratteri di involuzione complessiva del sistema ellenico, perché i governi non hanno saputo e voluto avviare riforme strutturali di quella democrazia.
Nel nostro paese, dopo le elezioni regionali ed alla luce dei recenti dibattiti politici, assistiamo al palesarsi di una sorta di “quadriglia bipolare”, un sistema di alternanza al governo in cui nel centro destra vi sono i soggetti rappresentati dal Popolo della libertà e dalla Lega Nord e, nel centro sinistra, il Partito Democratico e l’Italia dei Valori. Le due formazioni maggiori nei due schieramenti soffrono crisi interne significative di cui beneficiano gli alleati competitori.
Così, alle recenti elezioni regionali, se il centro destra italiano ha vinto pur essendo al governo del paese ed in una stagione socioeconomica difficile, questo è dovuto alla capacità della Lega di attrarre voti in uscita soprattutto degli ex Alleanza Nazionale, oltre che agli effetti delle candidature veneta e piemontese.
Ma le difficoltà interne al Popolo della Libertà, lo scontro Berlusconi – Fini, il dibattito nord – sud, la prospettiva dell’attuazione della legge 42 del 2009 sullo stato federale, rischiano di generare discussioni infinite, anziché dare il via a riforme strutturali.
Eppure abbiamo davanti in triennio strategico: niente elezioni significative, stessa linea di azione tra governo, parlamento e Conferenza delle Regioni, consapevolezza che il sistema nazionale va profondamente ristrutturato.
La cultura della responsabilità, della produzione della ricchezza nazionale come impegno di tutti, dell’uso efficiente e secondo giustizia di tale ricchezza per generare quel bene comune possibile che premia gli stati virtuosi, l’alimentazione della fiducia e del capitale di coesione sociale di un popolo, la valorizzazione delle straordinarie ricchezze nazionali (basti pensare ai beni storico artistici), l’affermazione del “made in Italy” sui mercati mondiali, una più moderna ed efficiente macchina pubblica dallo stato alla giustizia, dalla scuola al fisco, sono tutti temi che toccano le riforme attese ed annunciate da tanti anni dai nostri governanti.
Ora è il tempo di mettere mano con coraggio e determinazione al sistema, per rendere lo sviluppo ed il welfare nazionale in un contesto di sostenibilità nel tempo, per generare spazi di futuro per le giovani generazioni, sicurezza per le famiglie e le imprese.

Antonio Cancian per Mondolibero